Il tumore del rene con invasione cavale

Il tumore del rene con invasione cavale

Spiegare a non addetti ai lavori una problematica tanto complessa quale il carcinoma renale con interessamento cavale, è tutt’altro che semplice è necessario per meglio aiutare i pazienti ed famigliari nell’orientare correttamente le loro scelte.
Una percentuale variabile dal 4 al 15% di neoplasie renali, si sviluppa all’interno del sistema circolatorio venoso che drena il sangue dal rene, interessando in una prima fase la vena renale, quindi la vena cava che può essere occupata in tutta la sua lunghezza fino a far emergere l’estremità del trombo nel lume del cuore.
Molto spesso tali riscontri sono del tutto occasionali anche se un ingrossamento degli arti inferiori, in un soggetto al quale è stato diagnosticato un tumore del rene, deve far sospettare un interessamento della vena cava.

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Dal 45 al 70 % dei pazienti con tale tipo di lesioni può essere curato con la asportazione del rene e la contestuale rimozione del trombo neoplastico.
E’ facilmente comprensibile che esistono numerose variabili a condizionare il successo terapeutico,tra queste le più importanti sono l’interessamento delle ghiandole linfatiche attorno al rene, la presenza di metastasi a distanza così come il livello stesso della invasione della vena cava.
Un conto infatti è una piccola lesione (A) limitata alle adiacenze della vena renale, un altro è un trombo che si sviluppa fino all’interno delle cavità cardiache.(D)
Un dato essenziale è che, trattandosi di una patologia “di nicchia” deve essere riservata a Centri con specifica competenza ed organizzazione in materia. Oltre all’urologia,sono necessarie infatti una chirurgia vascolare e, per i casi più avanzati,una cardiochirurgia in quanto può rendersi indispensabile un intervento in circolazione extracorporea.
Per patologie di tale portata,non sono più accettabili atteggiamenti del passato quali quelli di cercare di arrangiarsi con la propria esperienza supportata dalla buona volontà. Pazienti con neoplasie renali ed interessamento cavale, debbono essere riservati a centri attrezzati ma soprattutto a medici culturalmente abituati a lavorare a “quattro mani” senza alcun pregiudizio relativo a far prevalere questo o quel gesto chirurgico.

Oltre alla chirurgia, i pazienti si possono avvalere di trattamenti medici, le cosiddette “target therapies” che si stanno dimostrando terapie molto promettenti sia nelle malattie localmente avanzate che metastatiche a distanza. Anche l’oncologo medico deve far parte integrante del team in quanto, in casi selezionati, la terapia di sua competenza può precedere l’intervento chirurgico e questo impone un’ottica di medicina multidisciplinare ove le varie competenze si integrano in modo del tutto paritetico.
Questo è, a mio avviso,l’unica maniera per affrontare, alla luce delle attuali conoscenze, una patologia tanto complessa come quella in questione.