Ma Lei dottore…

Ma Lei dottore, se fosse al mio posto, si farebbe fare la terapia ormonale che mi propone?

Questo è quanto vorrei chiedere ai molti colleghi che, ben lungi da seguire i suggerimenti di linee guida nazionali ed internazionali, offrono ancora la terapia ormonale ad un paziente in alternativa a chirurgia o radioterapia. Oppure, in caso di età o malattia avanzata, quale opzione per “ritardare” la progressione del tumore.
Dal 1941 quando Huggins e Hodges hanno dimostrato che la castrazione o la somministrazione di estrogeni esercitano un effetto sulla progressione del cancro della prostata metastatico, di acqua ne è passata tanta sotto i ponti. Basti pensare alla recente proposta di vigile osservazione della malattia basata sul fatto che, in era di PSA, solo un paziente su 6, al quale è stata formulata tale diagnosi , muore a causa di questa per il fatto che la storia naturale della progressione della malattia è spesso molto lenta per cui il paziente decede per altro.
Se alcune problematiche non sono ancora definitivamente chiarite, tra queste mi riferisco alle modalità con le quali un paziente in sorveglianza, soprattutto giovane, deve essere seguito prima di decidere se intervenire, altre sono ormai consolidate ed è su queste che vorrei porre l’accento.
1) E’ inequivocabilmente dimostrato che, in caso di malattia localizzata (limitata alla ghiandola),qualora il paziente per età o altro non sia eleggibile per un trattamento tradizionale quale la chirurgia o la radioterapia, è un errore concettuale proporgli in alternativa la assunzione di terapia ormonale perché questa ne peggiora la prognosi rispetto al non far nulla a causa degli effetti collaterali indotti da tale categoria di farmaci (vedi poi).
2) Altrettanto dicasi per i pazienti con malattia localmente avanzata asintomatica (sviluppatasi anche nei tessuti adiacenti alla ghiandola o nelle ghiandole linfatiche dello scavo pelvico) che, per età o condizioni generali non siano stati sottoposti, come sopra, a chirurgia o radioterapia.
Anche in questo caso non vi è ragione di somministrare subito una terapia ormonale che sarà opportuno eventualmente posporre in base al tipo ed ai tempi di progressione della malattia.

3) Da ultimo, prima di trattare un paziente ottantenne senza o con modesti sintomi
al quale sia stata fatta impropriamente una diagnosi attraverso un dosaggio del PSA (tutte le Società scientifiche ne sconsigliano la misurazione dopo i 75 anni) bisogna essere molto prudenti nel prescrivere una terapia ormonale, somministrandola quando assolutamente necessaria e preferibilmente in maniera intermittente.

Perché tanta prudenza?

La risposta è molto semplice: gli effetti collaterali, soprattutto in pazienti che presumibilmente ne dovranno far uso per molto tempo, sono tutt’altro che marginali, hanno un pesante impatto sulla qualità della vita del paziente ed è per questo che dovranno essere scelti quelli che la condizionano di meno .
Purtroppo quelli di gran lunga più usati e che di fatto ottengono una deprivazione totale degli ormoni maschili,inducono:
– Osteoporosi con aumentato rischio di fratture spontanee
– Vampate di calore analoghe a quelle della menopausa femminile
– Perdita del desiderio sessuale e dell’erezione
– Riduzione della massa muscolare con aumento del grasso corporeo e del peso
– Ingrossamento delle mammelle
– Depressione psichica e facile irritabilità
– Anemia

Quali le conclusioni
La decisione di trattare, con qualsivoglia manipolazione ormonale, un paziente affetto da neoplasia prostatica, deve essere molto oculata e, oltre che attenersi al consenso scientifico internazionale deve essere attentamente modulata anche sulla personalità del singolo malato.
Debbono finire i tempi del “serve a rallentare lo sviluppo della malattia” quando tale concetto, come abbiamo visto, non solo è grossolano ma ha dei costi economici tutt’altro che irrilevanti ed un impatto pesante sulla qualità della vita residua del singolo paziente.